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- Trattato su San Giuseppe: 31 riflessioni, una per ogni giorno del mese di Marzo.
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6 - SAN GIUSEPPE IL GLORIOSO FIGLIO DI DAVIDE
"Volgerò lo sguardo su chi teme la mia parola" (Is 66, 2).

La promessa del Salvatore, fatta da Dio ad Abramo (cf Gen 22, 18), passa da questi al figlio Isacco, quindi a Giacobbe che la trasmette a Giuda, il quarto dei suoi dodici figli, capostipiti delle dodici tribù di Israele (cf Gen 49, 10). Nella discendenza del Patriarca Giuda, cinquecento anni più tardi (siamo intorno al 1000 avanti Cristo), nasce il re Davide e le promesse divine si concentrano d'ora in poi sulla sua persona e sui suoi discendenti.
Davide è il personaggio biblico dell'Antico Testamento che raccoglie il passato glorioso del popolo di Israele e lo arricchisce di nuova gloria per trasmetterla ai posteri, in sempre più ansiosa attesa del Messia: "Ho trovato Davide mio servo, con il mio santo olio l'ho consacrato; la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e la mia grazia saranno sempre con lui e nel mio nome si innalzerà la sua potenza. Gli conserverò sempre la mia grazia, la mia alleanza gli sarà fedele. Stabilirò per sempre la sua discendenza e il suo trono come i giorni del cielo" (Sal 89).
Anche Davide è piaciuto a Dio per la sua fedeltà. Ancora giovinetto fu consacrato re d'Israele dal profeta Samuele, per ordine di Dio (cf 1 Sam 16, 12), il quale prima di lui aveva eletto Saul, della tribù del Patriarca Beniamino. Dice la Bibbia del re Saul: "Nel popolo non c'era nessuno come lui: egli sopravanzava dalla spalla in su tutto il popolo" (1 Sam 10, 24). Saul, però, non seppe conservare la benevolenza divina. In due occasioni mancò gravemente di fedeltà alla sua 'Parola' e Dio gli tolse il regno per passarlo a Davide, "l'uomo secondo il suo cuore" (1 Sam 16, 7).
Per la sua fedeltà, Davide meritò da Dio le più grandi benedizioni: fu re glorioso e potente; uomo di preghiera sublime che ci tramandò nei Salmi; figura luminosa del Messia che raffigurò al vivo nelle vicende dolorose della sua vita.
È a tutti noto il Salmo 21, dov'egli, parlando di sé, profetizza la passione di Cristo: "Mio Dio, mio Dio, perchè mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza. In te hanno sperato i nostri padri e tu li hai liberati. Ma io sono verme, non uomo, rifiuto del mio popolo... Hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa".
Davide fu re santo e grande santo. È vero: egli cadde nel peccato, come cadono tutti gli uomini. Seppe però riconoscere le sue colpe ed accettare umilmente il castigo di Dio.
La Bibbia ci ha tramandato il suo pentimento nel Salmo 50: "Pietà di me, Signore, secondo la tua misericordia... Nella tua bontà, cancella il mio peccato".
Dio rinnova con Davide le promesse fatte ai Patriarchi: il Messia verrà dalla sua discendenza! E questo privilegio supera di gran lunga tutti gli altri concessi da Dio al suo re fedele: "Sulla mia fedeltà ho giurato a Davide. In eterno durerà la sua discendenza, il suo trono davanti a me come il sole" (Sal 89, 36-37).
L'angelo Gabriele, annunziando a Maria la sua Maternità divina, farà preciso riferimento a questo Salmo. Le dice, infatti, che il Figlio di cui Dio la elegge ad essere Madre "avrà il trono di Davide suo padre (cioè antenato) e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" (Le 1, 32-33).
La Vergine è chiamata "Torre davidica", perchè appartenente alla discendenza regale di Davide; così pure San Giuseppe, poiché la Legge ebraica prescriveva che i matrimoni si facessero nelle rispettive tribù, risalenti ai dodici figli di Giacobbe.
Come ogni israelita, con quanta venerazione San Giuseppe ha guardato al suo illustre Antenato, vissuto dieci secoli prima di lui! Certo, nella sua umiltà, non ha mai potuto, nemmeno lontanamente, pensare che gli sarebbe toccata una gloria ben più grande...
Egli, infatti, avrebbe portato sulle sue braccia il Salvatore di cui Davide era stato soltanto una figura e profeta nei suoi Salmi ispirati.
Il re Davide liberò il suo popolo dai nemici e lo portò alla celebrità terrena. San Giuseppe salvò il Redentore dai suoi persecutori e lo protesse, rendendosi, così, benemerito al mondo intero della salvezza eterna portata da Cristo. Oggi ancora, più che non il santo re Davide, egli sostiene con il suo Patrocinio tutto il popolo di Dio nella conquista della Patria celeste.
Davide salmista accompagnò con la cetra i suoi Salmi di lode a Dio. San Giuseppe se li sentì con indicibile commozione accompagnati dalla stessa voce di Dio, che anche per suo merito aveva preso voce umana.
Imitiamo San Giuseppe nella preghiera devota a Dio. Ogni nostra giornata si apra e si chiuda nell'incontro filiale con Dio, nostro Padre celeste.

7 - SAN GIUSEPPE PIU’ GRANDE DEI PROFETI
"Beati i vostri occhi perchè vedono ciò che voi vedete" (Mt 13, 16-17).

Nella Bibbia, hanno grandissima importanza i Profeti: uomini suscitati da Dio per sostenere il popolo ebreo nella sua missione di preparare una degna accoglienza a Cristo, Salvatore divino.
Profeta è colui che annunzia la "parola" di Dio. Per questo suo compito egli diviene una figura del Verbo (il Salvatore) che egli preannunzia anche con la sua vita, poiché tanto la parola che la sua vita sono rivelazione di Dio. Tra i maggiori profeti ricordati dalla Bibbia, troviamo Isaia, vissuto nell'ottavo secolo avanti Cristo.
In una grandiosa visione, egli udì la voce di Dio che gli diceva: "Chi manderò (al popolo) e chi andrà per noi?". Isaia rispose: "Eccomi, manda me!" (Is 6, 8).
Isaia è il grande profeta del Messia del quale ci fa una descrizione luminosa e completa, dalla nascita alla passione dolorosa, al trionfo finale ed eterno.
Celebre la sua profezia sulla nascita di Cristo da una madre vergine: "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emanuele (Dio-con-noi) (Is 7, 14).
II profeta ci annuncia pure la pienezza di grazia di Maria sulle labbra della quale egli mette queste ispirate parole: "Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perchè mi ha rivestita delle vesti della salvezza, mi ha avvolta con il manto della giustizia„ (Is 61, 10).
Molto chiaro anche il passo dell'annuncio della nascita del salvatore dalla discendenza davidica: "Uno stelo spunterà dal tronco di lesse, un fiore si eleverà dalle sue radici. Su di esso si poserà lo Spirito del Signore, (Is 11, 1-2).
La profezia annunzia tre cose: la radice, lo stelo, il fiore. La radice di lesse è la stirpe di Davide; lo stelo che venne da quella radice è Maria; il fiore eletto di questo stelo è Gesù che germogliò dal suo purissimo seno ed è chiamato nel libro dei Cantici fiore del campo (cf Ct 2, 1).
Isaia si diffonde soprattutto nel descrivere la passione del Salvatore (il servo sofferente).
Ascoltiamone alcuni celebri passi: "É cresciuto come una radice in terra arida. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia.
"Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, e noi lo giudicavamo un castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli (invece) è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe siamo stati guariti. Il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; per l'iniquità del suo popolo fu messo a morte" (Is 53).
Quale privilegio per il Profeta aver potuto contemplare in visione e descrivere ai posteri - otto secoli prima - la figura del Salvatore: Dio Incarnato!
Ma fortuna ben più grande fu per San Giuseppe aver potuto vedere con i propri occhi il Salvatore stesso! Gesù dirà più tardi ai suoi contemporanei: "Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l'udirono" (Lc 10, 23-24).
Isaia profetizzò la Vergine Madre del Salvatore. Da un Angelo inviatogli da Dio, San Giuseppe ebbe il privilegio di sapere che a lui era stata data in Sposa!
Isaia partecipò in spirito alle sofferenze del Messia. San Giuseppe condivise con Cristo, affidato alle sue cure amorose, la povertà di Betlemme, la persecuzione di Erode, le pene e le fatiche di ogni giorno.
Pensiamo al dolore del suo cuore, nel sapere (come chiaramente avevano predetto i Profeti) che Gesù, Dio fatto Uomo, avrebbe terminato la sua vita su una croce, sotto gli occhi della Vergine sua Sposa, la quale ne avrebbe avuta l'anima trafitta, come il santo Simeone le aveva profetizzato!... Questa, senza dubbio, fu la pena atroce che spezzò la fibra robusta del Santo e lo portò anzitempo alla morte, facendolo con la divina Madre partecipe del martirio di Cristo.
Amiamo San Giuseppe e chiediamogli che l'ascolto dei Profeti accresca in noi, come in lui, la fede e l'amore a Gesù, nostro divino Redentore.

8 - SAN GIUSEPPE NELLA PREFIGURAZIONE DELL'ANTICO TESTAMENTO
"Andate da Giuseppe: fate quello che egli vi dirà" (Gen 41, 55).

Nell'Antico Testamento, come abbiamo visto, Dio mantenne viva l'attesa del Salvatore, per mezzo delle profezie.
Oltre le profezie, la Bibbia ci fa anche conoscere, in merito al preannunzio di Cristo, le figure e i simboli. Ad esempio: Isacco, chiesto in sacrificio da Dio, fu una figura luminosa di Gesù; cosi pure il serpente di bronzo, innalzato da Mosè nel deserto a salvezza del popolo, ne fu un simbolo molto significativo (cf Nm 21, 4-9).
Tra i simboli che nell'Antico Testamento hanno riferimento a San Giuseppe, troviamo la verga di Aronne. Essa fiori prodigiosamente nella Tenda della testimonianza per designare Aronne a Sommo Sacerdote. In seguito, venne posta davanti al Tabernacolo a testimonianza della sua elezione divina.
Come vedremo al capitolo tredicesimo, il medesimo prodigio si verificò per San Giuseppe, quando il ramoscello di mandorlo da lui portato per ordine del Sommo Pontefice, fiori miracolosamente nel Santo dei Santi e indicò la sua elezione divina a Sposo della Vergine.
La figura più significativa del grande Patrono della Chiesa l'abbiamo in San Giuseppe l'ebreo, figlio del Patriarca Giacobbe. Il libro della Genesi dedica ben dodici capitoli al racconto della sua interessantissima storia.
Figlio prediletto del grande Patriarca, egli fu dapprima favorito da Dio di sogni meravigliosi che ne preannunziavano il futuro glorioso.
Invidiato dai fratelli e venduto schiavo a mercanti egiziani, finì nella reggia del faraone. Tentato di adulterio dalla sua padrona e falsamente calunniato e imprigionato, venne in seguito premiato da Dio con l'interpretazione del sogno del faraone: le famose sette vacche grasse e magre
Ammirato per la sua divina veggenza, il faraone lo creò viceré dell'Egitto. La Bibbia ci racconta che egli si tolse l'anello, simbolo d'autorità (poiché con esso venivano autenticati gli ordini reali) e lo pose nella mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti finissimi, gli pose al collo una collana d'oro e gli disse: "Senza il tuo permesso, nessuno potrà muovere dito, in tutto il paese d'Egitto" (cf Gen 41).
Terminati i sette anni dell'abbondanza seguirono, come Giuseppe aveva predetto, i sette di totale carestia. Tutto l'Egitto incominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere pane. "Andate da Giuseppe!".
Il viceré aprì i depositi in cui aveva ammassato il grano. E da tutti i paesi si veniva all'Egitto ad acquistarlo, perchè la carestia infieriva su tutta la terra.
Anche i figli di Giacobbe, cioè i fratelli che l'avevano venduto schiavo, spinti dalla fame, vennero in cerca di grano dalla Palestina. A tutti sono note le vicende dell'incontro con il fratello Giuseppe e come, a conclusione di tutto, l'intera famiglia di Giacobbe si trasferì in
I figli di Giacobbe, con le loro famiglie, per il favore che Giuseppe godeva presso il faraone, ottennero le migliori campagne dell'Egitto. Per oltre quattrocento anni, il popolo di Dio resterà in questo paese e cioè fino alla sua liberazione sotto la guida di Mosè.
Riconoscente a questo figlio che aveva salvato la vita alla sua famiglia e a tutto il popolo di Dio, Giacobbe volle che anche i due primi figli di Giuseppe, Efraim e Manasse, fossero eredi, insieme agli altri suoi figli, di tutti i beni paterni e partecipi della sua benedizione patriarcale.
Commovente il momento in cui il vecchio Patriarca, prima di morire, benedice il figlio provvidenziale, tanto amato. Ascoltiamone le parole: "Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; germoglio di ceppo fecondo presso una fonte! Le benedizioni di tuo padre sono superiori alle benedizioni dei monti antichi, alle attrattive dei colli eterni: finchè venga il DESIDERATO dei colli eterni (il Messia), il quale porterà ai tuoi posteri e a tutti gli uomini benedizioni ancora più abbondanti. (cf Gen 49).
Di tutta evidenza e molto significativo è il confronto fra Giuseppe, figlio di Giacobbe e il nostro grande San Giuseppe. Non a caso essi hanno lo stesso nome, come pure i loro padri.
Prediletto dal padre il primo e predestinato a grandi cose da Dio. Oggetto di predilezione e predestinazione divina il Secondo.
Entrambi duramente provati dalla vita e dalla cattiveria degli uomini. Entrambi pazienti, virtuosi e vittoriosi nella prova della loro fedeltà a Dio. Entrambi, alla fine, premiati da Lui.
Il primo ebbe in dono dal faraone una sposa dell'alta nobiltà egiziana e fu elevato alla più alta carica nel regno del faraone. San Giuseppe meritò d'avere in Sposa l'Immacolata Concezione, la Madre
Amministratore, Giuseppe l'ebreo, della casa del faraone e salvatore del suo popolo. Custode e difensore, San Giuseppe, della Sacra Famiglia, Patrono potente ed amato da tutta la cristianità e dell'umanità intera; depositario, non di frumento che sfama i corpi, ma di Cristo, Pane vivo disceso dal Cielo, per la fame divina di tutti i veri credenti. Ribellarsi al dolore è cosa naturale; accettarlo con fede è cosa divina. Chiediamo a San Giuseppe che ci aiuti a capire come Dio, attraverso il dolore, prepari i suoi figli alla vera grandezza.

9 - SAN GIUSEPPE - NEL TEMPO DELLA PIU’ VIVA ATTESA DEL MESSIA
"Stillate, o cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere il Giusto: si apra la terra e germini il Salvatore" (Is 45, 8).

Nel momento stesso in cui i nostri progenitori (Adamo ed Eva) avevano ascoltato la loro terribile condanna dal Creatore offeso, avevano anche avuto l'annunzio della salvezza che sarebbe venuta da un inviato di Dio: il quale, prendendo umana carne da una loro lontana e privilegiata Figlia, avrebbe mutato in gioia il dolore di Eva.
Quest'oracolo biblico, deposto nella culla del genere umano, fu portato avanti dall'umanità nelle sue emigrazioni e nelle sue dispersioni su tutta la faccia della Terra. Tutti i popoli antichi e moderni (nei loro libri sacri, nelle loro mitologie, nei loro riti, o per bocca dei loro poeti) invocano ed aspettano una vergine la quale darà al mondo il suo liberatore.
Ricordiamo la profezia del vecchio Patriarca Giacobbe: "Non sarà tolto lo scettro da Giuda finché non verrà Colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l'obbedienza dei popoli. (Gen 49, 10).
Lo scettro dei discendenti di Giuda lo troviamo, al tempo di San Giuseppe passato nelle mani di un re straniero, Erode, idumeo di origine, sostenuto dai pagani di Roma.
Compiute erano pure le settimane di attesa, predette dal profeta Daniele (cf Dn 9, 24, ss.).
Anche la dominazione straniera acuiva fortemente il desiderio del Messia, perchè umiliava profondamente il sentimento religioso e patrio del popolo d'Israele che si riconosceva popolo di Dio, dal quale aveva avuto esistenza, patria e leggi.
"Dite agli smarriti di cuore: Coraggio! Non temete! Ecco il vostro Dio! Giunge la vendetta; egli viene a salvarvi!. (Is 35, 4).
Le parole ispirate del profeta erano insieme conforto e stimolo ad affrettare con la preghiera la venuta del Salvatore.
Alla preghiera si univa la santità della vita suscitata nei pii Israeliti dallo Spirito Santo al fine di preparare una degna accoglienza al Figlio di Dio, ormai prossimo a discendere sulla terra.
Una conferma di questa azione di grazia nelle anime la troviamo nella setta ebraica degli Esseni, i quali con ideali quasi monastici (celibato, rinuncia alla proprietà privata, battesimo di penitenza), conducevano nella solitudine, lungo la riva occidentale del Mar Morto, una vita comunitaria, fondata sulla carità.
La viva attesa del Salvatore è attestata anche dall'accorrere delle popolazioni della Palestina alla predicazione e al battesimo di Giovanni Battista. Anzi: la sua parola di fiamma e la santità della sua vita avevano fatto nascere in molti la convinzione che egli stesso fosse il Messia atteso. Infatti, i capi religiosi di Gerusalemme gli avevano inviata una delegazione di sacerdoti e leviti per domandargli se fosse lui Cristo.
Il Vangelo fa pure notare l'entusiasmo incontenibile di alcuni discepoli del Battista, quando dal maestro venne loro indicato a dito il Salvatore: "Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!" (Gv 1, 29).
Uno di questi discepoli, Andrea, incontra il fratello Simone (Pietro) e gli dice: "Abbiamo trovato il Messia, il Cristo!". Così il futuro apostolo Filippo, incontrando Natanaele (Bartolomeo) gli grida: "Sai che abbiamo trovato Colui del quale hanno scritto Mosè e i Profeti, Gesù di Nazareth! Vieni a vederlo!" (cf Gv 1, 35-51).
Se tanta era l'attesa nel popolo, pensiamo ai privilegiati destinati da Dio ad accogliere il Salvatore in prima persona: la Vergine Maria e il suo futuro Sposo San Giuseppe!
Con quanto amore lo Spirito Santo doveva far fiorire sul loro labbro le infuocate invocazioni ispirate ai Profeti: "Vieni a liberarci, Signore: mostraci il tuo Volto e noi saremo salvi!"
I Santi ci dicono che furono proprio le ardenti preghiere della Vergine ad anticipare la venuta sulla terra del Verbo di Dio. Tutti i buoni Israeliti lo invocavano: ma "fu Maria, la sola a meritarlo e a trovare grazia davanti a Dio, con la veemenza della sua preghiera e la sublimità delle sue virtù" (Montfort, Trattato, n. 16).
Da tutta l'eternità Dio l'aveva predestinata alla Maternità divina, perchè fosse Lei, l'Immacolata Concezione, ad accoglierlo nel suo seno verginale e nel suo cuore divinamente amante, a nome di tutta l'umanità.
Ma poiché il Figlio di Dio doveva avere sulla terra una famiglia, come anche ha in Cielo (la Trinità SS.ma), Dio Padre, insieme a Colei che doveva essergli Madre, aveva pure provveduto al grande Santo che in questa Famiglia terrena del Figlio suo, avrebbe niente meno fatto le sue veci paterne: il vergine San Giuseppe!
Chiediamo a San Giuseppe una viva fede e un grande amore per Gesù, nostro divino Salvatore.

10 - SAN GIUSEPPE CI INSEGNA AD ACCOGLIERE IL SALVATORE
"Se tu conosci il dono di Dio" (Gv 4, 10).

Ci dice la Bibbia che Dio è bontà infinita (cf 1 Gv 4, 8). La bontà di una persona si giudica dal suo donare disinteressato. Chi ama, dona senza aspettarsi il contraccambio: dona perchè ama.
Dio è amore e cioè dono in se stesso, nella sua Trinità divina. Quindi è anche dono al di fuori di sé, nella creazione che è tutta un suo dono gratuito.
Chi veramente ama, non si limita a donare qualcosa di suo, ma dona anche se stesso. Totalmente.
Non è possibile andare oltre. Ci ha detto Gesù: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15, 13).
Così ha fatto Dio con noi: ci ha dato se stesso nel proprio Figlio. Donare un figlio, soprattutto se unico, è come donare se stessi. Ricordiamo il sacrificio di Abramo!
Donandoci il proprio Figlio, perchè lo conoscessimo e lo amassimo, Dio ci ha donato la sua vita, ci ha fatti simili a sé. Ci ha fatti suoi figli. Questo è tutto il piano divino della creazione, rivelato gradatamente a noi da Dio.
Vediamo di comprendere.
Anzitutto, Dio si è fatto conoscere e vivere con la creazione. Infatti, ad ogni essere vivente Egli ha dato la capacità di trasmettere la vita (cf Gen l, 12).
L'albero, facendo il suo frutto, l'animale, generando il suo simile, imitano e manifestano - sia pure lontanamente - la fecondità e la vita di Dio, la quale consiste nella generazione e nell'amore del suo Verbo (cf Gv 1, 4).
Anche all'uomo Dio ha partecipato la sua fecondità: "Siate fecondi, disse ai Progenitori, e riempite la terra" (Gen 1, 28.28).
Il popolo ebreo aveva ben compreso questa prima e meravigliosa benedizione divina. Per questo considerava i figli come il più ambito dono del cielo. Anche perchè Dio aveva promesso che il Salvatore sarebbe nato nella discendenza di Abramo; quindi, ogni israelita desiderava questa gloria per sé e per la propria famiglia.
Da Abramo, come già abbiamo visto, la promessa del Salvatore passa al figlio Isacco, quindi a Giacobbe e da questi al figlio Giuda.
In seguito la figura del Messia verrà sempre più precisata. Egli sarà un discendente del re Davide, nascerà a Betlemme (Mi 5, 2-5), da una Madre vergine (Is 7, 14), sarà un essere sovrumano, divino (Dio-con-noi), (Is 8, 10).
La sua predicazione verrà accompagnata da miracoli strepitosi (cf Is 35, 4-9); egli sarà il servo obbediente e sofferente che redimerà con il suo dolore i peccatori (cf Is 53).
Al tempo dell'esilio (siamo nel sesto secolo avanti Cristo), il profeta Daniele predice il tempo esatto della sua nascita e della sua morte, seguita dalla distruzione di Gerusalemme: castigo al popolo infedele che non ha voluto riconoscerlo come Salvatore (cf Dn 9, 24-27).
Tutte queste profezie hanno avuto perfetto compimento. Esse sono, quindi, una prova chiara della origine divina di Cristo e della sua missione.
Tutti i sabati, nelle Sinagoghe ebraiche, i rabbini e i dottori della Legge leggevano e spiegavano i Profeti al popolo. Ogni pio israelita sentiva, a quella lettura, rafforzata la sua fede nel Messia atteso, sostenuta la sua fiducia, spronato il suo zelo a vivere con tutto l'amore, come voleva il libro del Deuteronomio, (cf Dt 6, 5) i Comandamenti divini, al fine di preparare al Salvatore una degna accoglienza.
La Vergine e San Giuseppe, predestinati da Dio ad avere nella vita di Cristo un ruolo di primissimo piano, erano senza dubbio i più sensibili alla voce dello Spirito Santo, divino Ispiratore dei libri profetici.
Come arpe finissime, le loro anime vibravano al tocco soprannaturale della grazia, sprigionando sentimenti di gratitudine, invocazioni fervide, ardori di santità crescente, nell'attesa del Redentore, ormai vicinissimo a comparire sulla terra.
Il grande dono Dio agli uomini (cf Gv 4, 10), la grazia di Cristo Gesù, troverà i loro cuori preparati a riceverla, nella piena adesione al volere del Padre che li associava al grande mistero.
Essi diverranno così i più perfetti modelli di quanti, in tutti i tempi, attendono con amore la venuta di Cristo. Impariamo da San Giuseppe ad andare incontro a Cristo e ad accoglierlo nella nostra vita come al Padre è piaciuto inviarcelo e non secondo i nostri gusti personali.


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